Adil e i suoi compagni

La manifestazione di sabato è stata un grande successo. Non solo per i numeri, ma perché ha mostrato chi potrà ricostruire le lotte e mostrare che esiste un’alternativa. Insieme a loro, gli studenti, le Clap e la Rete de_ lavorat_ dello spettacolo dal vivo.

Breve racconto dal vivo

Il corteo prende corpo. Quello dei migranti. Di questo mi sono resa conto sabato alla manifestazione per Adil Belakhdim, il delegato sindacale SICobas investito da un camion a Biandrate venerdi mattina mentre era in picchetto davanti ai cancelli del centro direzionale Lidl. Sono loro soprattutto in piazza, e sono la maggioranza perché lo sono nella logistica, lo sono i riders (ultimo miglio della logistica), lo sono i raccoglitori nei campi, lo sono negli allevamenti, lo sono in edilizia.

In sostanza, lo sono in tutti quei settori dove il lavoro è stato non frammentato, sbriciolato, e con lui i diritti e le tutele che ne hanno costituito il tessuto connettivo. Ora sostituito dalle catene di appalti, versione legalizzata del caporalato. Ricostruendo la piramide feudale che credevamo lasciata dentro i libri di storia.

Una piramide che si regge sui servi della gleba, attenzione, non solo sugli schiavi. Mi soffermo su questa differenza perché si parla di nuove schiavitù, ma è necessario parlare anche di servitù. La differenza sta in quello che viene offerto in cambio dell’obbedienza. E in quello che viene accettato, pur di sfamarsi.

A questa categoria non appartengono i lavoratori e le lavoratrici provenienti da altri paesi. Sono loro ad aver dato corpo voce lacrime alla piazza, sono loro ad aver dimostrato di avere sangue nelle vene, sono loro a riportarci alle battaglie più dure vissute in questo paese per la conquista dei diritti, per un lavoro di qualità, per un salario dignitoso.

Sono loro a ricostruire quel tessuto connettivo in un paese dalla schiena spezzata, dove il senso di comunità ha cominciato a sgretolarsi dagli anni ’80, e il si salvi chi può è diventato la regola.

Sono loro, oggi, a tenere ferma la protesta, e ci riportano ad anni dove era la passione a guidare le lotte, perché sono guidati dal cuore: hanno declinato la proposta di incontro con il ministro Orlando, arrivata forse per contenere la pressione del corteo per scendere a via Bissolati e poi a Via Veneto, proprio fra le due sedi del ministero del Lavoro e del MISE; hanno fatto marcia indietro e ripreso il percorso tradizionale: via Cavour, piazza Esquilino, Via Merulana, piazza Vittorio. Follia? no, lo hanno fatto perché sabato quella giornata era dedicata ad Adil, era dedicata alla necessità di tenersi uniti, stretti, vicini gli uni agli altri, nella condivisione del dolore, e nel ricordo del loro compagno. Hanno rimandato l’incontro a questa settimana.

Ecco il tessuto connettivo. Si chiama Umanità, e un tempo lo sapevamo. Non a caso si camminava insieme anche coi “cattolici del dissenso”. In effetti oggi Papa Francesco sarebbe uno di loro. E non a casa parlano la stessa lingua. Umanità. Non religione, non politica, non partiti.

Ma a quella hanno risposto i giovani, perché ce n’erano tanti in piazza, di cui tantissimi studenti. Mentre lo scrivo mi torna la loro immagine, e mi accorgo che sono stretti in cordone tenendosi gli uni agli altri con quelli che noi chiamavamo “stalin”, e metto a fuoco che il corteo era strutturato e organizzato come non vedevo forse proprio dagli anni ’70: non appena qualcuno usciva fuori dai cordoni, il servizio d’ordine invitava immediatamente a rientrare evitando di trasformare la manifestazione in passeggiata.

E ha risposto la Rete de_ lavorat_ spettacolo e cultura, rimandando un momento di autoformazione, perché anche noi non potevamo non esserci. E le altre regioni: dalla Campania, la logistica di Milano, dal Piemonte, dal Veneto, dalla Puglia. Un successo straordinario, considerando che Adil è morto solo il giorno prima. E hanno risposto le Clap, e Potere al Popolo. Lo slancio è stato decisivo, come la comprensione che solo l’unità delle lotte può farci uscire da questa barbarie. E questo si chiama cuore.

Quello che è mancato ai Confederali, di cui non si è vista traccia. Sappiamo che localmente si sono mossi, hanno aderito a scioperi e picchetti mostrando così solidarietà, cosa più naturale facendo i conti con lo stesso territorio; ma quando si è trattato di una “vetrina” nazionale non poteva prevalere l’idea di una Cgil che si accoda al SICobas…

Perché a questi calcoli è ridotta la politica oggi, e non per niente agonizza, mentre i calcoli del nuovo fronte di quello che Luciano Gallino ha ben definito già qualche anno fa “Finanzcapitalismo” sono più che mai prosperi. Spinti dalla pandemia verso gli algoritmi del telelavoro, l’ultima spinta all’isolamento totale è appena cominciata.

All’estremo opposto ci sono loro, i lavoratori che erano in piazza sabato, con i loro corpi e i loro cuori. Come recita l’apologo Cherokeee, vediamo di dare da mangiare al lupo buono. Si tratta solo di tornare a crederci.

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