Il teatro, tra false ripartenze e vero lavoro

Esattamente un anno fa il ministro della cultura Franceschini decretava la chiusura di cinema e teatri; partiva il lockdown che ci avrebbe impedito di andare in scena.

Di andare in scena, sottolineo, perché di lavorare, scrivere, studiare, provare, strutturare gli spettacoli, le tappe del nostro lavoro di ricerca che ci consentono di comunicare col pubblico, quel dare e ricevere che è parte integrante del nostro mestiere, non abbiamo mai smesso. Dovrebbe saperlo, un ministro della cultura, come dovrebbe saperlo un ministro del lavoro. Così come un ministro dello sviluppo economico dovrebbe sapere che la cultura genera il 13% del nostro PIL, ma solo l’1,6% del Recovery Fund (Fonte Istat). Per la precisione, 3,1 miliardi di euro su 196. Eppure questo settore continua a non essere menzionato quando si parla di ripresa.

Prova ne sia che ora che la pandemia non ci dà tregua e si torna a parlare di un possibile nuovo lockdown, e quindi di una revoca dell’annunciata riapertura per il 27 di marzo, dal consiglio dei ministri apprendiamo che decideranno l’ultima settimana. Come se dovessimo riaprire un negozio, un supermercato, e non vi fosse invece un’organizzazione e una programmazione a cui fare fronte, bypassando come se nulla fosse che una riapertura in condizioni contingentate sarebbe una catastrofe per la miriade di piccoli spazi, come d’altra parte lo è stata la chiusura: nessuna previsione di sostegno.

Ma come dicevo i lavoratori della cultura e dello spettacolo continuano a lavorare. In questa puntata di Cambio di scena in versione Radiosonar ce lo racconta Beatrice Burgo, presidente dell’associazione del Teatro del Lido, del quale ripercorriamo la lotta decennale dei cittadini di Ostia per la ottenere l’apertura (dal 1997 al 2013), che ha fatto di questo spazio un luogo realmente partecipato, con allo stato attuale 30 associazioni attive nella programmazione, a conferma che il teatro è un servizio pubblico. E nella seconda parte della puntata, dedicata al lavoro artistico, ce lo racconta Paolo Fagiolo, attore, già ospite in una precedente puntata per raccontarci dell’API, la rete di associazioni che in Friuli si è mobilitata per pretendere dalla Regione l’attenzione dovuta a quanti fanno cultura nel territorio.

Lo abbiamo invitato di nuovo per raccontarci questa volta di una vera e propria esperienza teatrale. Non uno spettacolo in scena, perché “Mi vedi?” per la regia di Guillermo Pisani, attivo in Francia con la compagnia LSDI e portato al Teatro Stabile d’Innovazione del Friuli Venezia Giulia grazie a Rita Maffei, anche lei attrice in questa esperienza, è nato per vivere attraverso la piattaforma zoom.

Sì, proprio quella che tutti noi nel corso di questo anno abbiamo utilizzato un’infinità di volte per riunioni, confronti, assemblee; in una parola, incontri. Da qui l’idea, perché “Mi vedi?” nasce proprio sull’onda dell’impossibilità di incontrarsi fisicamente causa lockdown, e utilizza la piattaforma zoom proprio come l’abbiamo utilizzata tutti: per superare questo gap, e riuscire ad incontrarsi comunque. E questa esperienza ha significato incontrarsi per gli attori e le attrici che ci lavorano, e continuare ad incontrare il pubblico. Tanto che hanno curato anche la possibilità di incontrarsi, appunto, anche dopo lo “spettacolo”, esattamente come in un foyer, o nei camerini. Rimando all’ascolto il racconto dell’interazione col pubblico, oltre che della struttura di questa visione. Gli attori interpreti sono, oltre a Paolo Fagiolo e Rita Maffei, Daniele Fior, Klaus Martini, Nicoletta Oscuro, Francesca Osso.

Ed anche in questa puntata ho scelto di farci accompagnare ancora una volta da Maria Pia Di Meo e dal suo“Tumulti”, dato che sono esattamente i nostri.

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