Spettacolo dal vivo, Cambio di scena per Adriano Urso

24 Gennaio 2021

Presidio degli artisti a Bruxelles la settimana scorsa

Sembra uno scherzo di pessimo gusto ora che l’ho scritto, questo titolo, perché il cambio di scena per questo bravissimo – mi dice chi lo ha conosciuto – pianista jazz è stato tragico e definitivo. Senza lavoro come tutti noi dal lockdown, Adriano aveva dovuto mettersi a fare il rider pur di tirare su il necessario per sbarcare il lunario. Forse non era riuscito ad ottenere neanche l’elemosina dei bonus, vincolati alla dimostrazione delle giornate lavorate attraverso i versamenti ex enpals che troppi di noi non hanno perché pur di lavorare, anche qui, hanno lavorato in nero. Turni massacranti, troppe ore di lavoro, la macchina in panne, anche lei troppo spremuta, il tentativo di spingerla in un ultimo sforzo supremo, e il cuore non regge. Adriano muore d’infarto, così, per la strada.

Ecco perché questo titolo, perché ho dedicato la puntata del programma che come ormai saprete tengo su Radiosonar ad Adriano. Per mille motivi, semmai siano necessari i motivi oltre il solo dolore. Ma sì, i motivi sono necessari alla rabbia, i motivi sono necessari, perché questo dolore è personale e politico. Per questo vanno detti, perché Adriano è un altro morto sul lavoro, l’ennesimo, perché lo spettacolo dal vivo è senza riconoscimento giuridico, senza diritti e senza tutele, perché questa società tollera il lavoro nero, perché poteva essere anche semplicemente un rider, e la questione sarebbe stata bruciante esattamente nello stesso modo. Per questo dico che la lotta per i diritti e le tutele del lavoro ci unisce tutti. Lo dicono i Presidi Culturali Permanenti sempre presenti davanti ai teatri chiusi, lo dice Leucò, nuova associazione che dalla Terra dei Marsi ci racconta un percorso alternativo per ritornare al lavoro artistico.

Io, con Maria Elisa, la presidente della neonata formazione, e Maria Sole che gestisce il settore musica, credo fermamente che queste nuove strade che stiamo aprendo insieme lì dove non c’erano sentieri saranno i solchi di un nuovo sistema, non solo perché ci appartengono nelle viscere e ci rappresentano senza compromessi, ma perché sono, altrettanto radicalmente, capaci di condivisione, rispetto, cura.

E la condivisione, come per il documento sulla formazione permanente retribuita lanciato dai Presidi Culturali Permanenti, anche per Leucò è un’occasione interdisciplinare, perciò musica, danza, teatro, e via così intrecceranno idee in un brainstorming creativo di cui già questa estate, promettono, vedremo le gemme. E insieme alla parte artistica ci annunciano anche la commistione nel confronto, altrettanto importante per definire la mappa della società in cui vogliamo vivere.

Insieme a loro, ancora Art Blackey & i Jazz Messengers con “The Freedom rider”, 1962

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