Fedra e il diritto all’amore

Nella cornice dell’Arco di Malborghetto Galatea Ranzi interpreta una Fedra rivisitata da Eva Cantarella. Un tentativo poco felice di denunciare la solitudine delle donne che amano liberamente

FEDRA

C’è come sempre uno scarto incomponibile tra il racconto che si fa di se stessi e le scelte concrete. E questo purtroppo è quel che abbiamo visto in scena a Malborghetto, con lo spettacolo Fedra – il diritto all’amore. Un testo attraverso il quale Fedra racconta, appunto, la propria libertà nello scegliere di amare il giovane figliastro Ippolito, nato in prime nozze dal marito Teseo, scegliendo così di affrontare l’ostilità pubblica e la condanna della famiglia.

Ma le parole, i gesti e l’azione scelta, pur trasportando il personaggio negli anni 60 e accompagnandolo o sovrapponendolo con immagini video di forte contemporaneità anche sul piano estetico, non riescono a liberare Fedra dallo schema entro il quale si trova, anzi ve la ricacciano aiutate dalla scelta di rimanere fedele alle dinamiche del testo classico.

Ne risulta così una regia, quella di Consuelo Barilari, poco coraggiosa, che lascia il lavoro in mezzo al guado, incapace di fare una scelta netta ma che altrettanto non riesce a comporre la complessità con la quale ha provato a misurarsi.

Sicuramente non aiutata dal testo, perché ciò che spiace del lavoro di Eva Cantarella è questo “raccontarsi” donna libera, autonoma, piena di interessi, capace di prendere decisioni, coraggiosa in amore tanto da sfidare il mondo, mentre il percorso di liberazione della donna affonda le radici nelle pratiche più che nella narrazione di sé.

Un percorso peraltro da cui le successive generazioni, senza distinzione di genere, hanno imparato a praticare il cambiamento piuttosto che limitarsi a rivendicarlo. Ed è qui che il testo scivola pesantemente, portandosi appresso la povera, brava Galatea Ranzi, che rimane purtroppo invischiata in un ruolo da Gloria Swanson sul Viale del Tramonto, lasciando noi ad ammirare questa brava attrice col rammarico di vedere le sue potenzialità rimanere inespresse.

Un peccato, anche per l’incongruità che rimane tra lei e le immagini proiettate, molto evocative ma private di un lavoro di sintesi che avrebbe offerto l’occasione di liberare il personaggio Fedra e con lei l’espressività della Ranzi. Un’occasione persa insomma, sulla quale auspichiamo che la regia torni cogliendo l’opportunità che offre il teatro, quella di un lavoro sempre vivo, dove nuove elaborazioni e altrettante sintesi possono non finire mai.

28 Luglio 2015, Libera.tv

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